martedì 17 gennaio 2012

Berlusconi, il parafulmine


Berlusconi ignora lo scoraggiamento, è un autentico parafulmini in ogni tempesta, ragion per cui i responsabili del governo gli hanno più volte affidato la carica di Presidente. “Che se la prendano con Berlusconi e ci lascino tutti in pace”.
Il Cavaliere ha sempre accettato l’impegno con lealtà e dedizione esemplari, avanti e davanti, come un punching-ball dove vanno a finire tutti i pugni dell’opinione pubblica e una spugna in grado di assorbire ogni genere di sostanze, fossero lacrime o sputacchiate.
Si racconta che di recente Berlusconi sia stato invitato per il calcio d’inizio nella partita di calcio a scopo benefico tra la Nuova Nazionale Cantanti e Attori contro la Telethon Team, la squadra di testimonial per la Fondazione Telethon, composta dai piloti e altri campioni sportivi e che, essendo stato ricevuto dal pubblico con fischi all’altezza dell’antipatia costruita nella sua immagine, Silvio, imperturbabile, abbia fatto il suo dovere con una certa estasi nello sguardo.
Ma Berlusconi non era pronto a trovare al suo posto uno degli economisti di maggior prestigio, e ancor meno a scoprire che Mario Monti godesse dell’appoggio incondizionato dei mass media.
Questa storia l’ha mandato fuori dei gangheri, e sembra che sia solito commentare con l’entourage che, quantomeno, quella fiducia accordata a Monti sia eccessiva. “C’è che in Italia persino le ragnatele dovrebbero protestare. Visto che Monti ha deciso di fare economia per potersi vantare davanti alla Commissione europea della sua bravura di risparmiatore, non ci sono soldi manco per le mosche” dice.
Secondo la stampa, Berlusconi sospetta che si tratti di una vendetta personale.
A lui non é stata accordata infatti la fiducia concessa ora a Monti.
Il nostro cavaliere é esasperato dalla ovvietà a cui la stampa é tanto abituata, eppure trattiene i suoi giudizi critici in quanto, ragiona, “le mie profonde convinzioni democratiche e antifasciste hanno nutrito in me una diffidenza nei confronti di certa stampa in grado di rendere difficile un mio possibile giudizio sull’attuale governo di Monti”, é solito ripetere Berlusconi, dalla nobiltà della sua testa vellutata, in cui un paio di occhi svegli e leali, forse troppo mobili, vengono compensati dalla quiete di una carnagione morbida che mette in risalto l’oliva della sua faccia.
“Io sono un vecchio democratico che serve con lealtà questa Repubblica rappresentata dal Presidente Giorgio Napolitano.”
Non si sa, né probabilmente mai si saprà, quale sia l’opinione di Napolitano a proposito del presunto spirito democratico della sua gestione.
Sta di fatto che al Presidente, come a ogni bravo italiano, non piaceva la programmazione del governo berlusconiano e il cavaliere gli pareva tanto spiritoso quanto eccentrico.
Tanto che spesso si sentono in giro per le piazze italiane frasi di questo genere:
” Sta di fatto che il governo di Berlusconi ha partorito delle schifezze impressionanti… ha calpestato anche la professionalità. Del resto è cosa nota ciò che ha detto Brunetta quando è stato nominato Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione ‘Negli uffici pubblici non c’è un grammo di talento’. E’ così che si stimola il personale?”
In pratica, un succinto inventario dei nemici possibili del cavaliere coincide con tutti i nemici attribuibili a qualsiasi essere umano, ma in special modo ai seguenti: aspiranti escort o donnine rifiutate; fidanzati, fidanzate, mariti, mogli, padri, madri, zii e cugini di primo grado dei rifiutati; sociologi sessuali; amministratori e intermediari; qualsiasi club privè; capi di azienda portati all’esaurimento nervoso o al fiasco per colpa del lavoro del governo; operai, impiegati, quadri, dirigenti; invalidi militari di guerra; invalidi per servizio, invalidi del lavoro, invalidi civili; privi della vista, sordi; orfani e vedove; ex tubercolotici; profughi; vittime del terrorismo e della criminalità organizzata; adolescenti, giovani e donne in reinserimento lavorativo; disoccupati di lunga durata; archeologo; ascensorista; botanico; capostazione; direttore di scena; erborista; fornaio; giudice; giornalista; scrittore; infermiere; lavapiatti; macellaio; notaio; ottico; pescatore; revisore contabile; sarto; tessitore; vetraio ecc. ecc.
Sic transit gloria mundi.
Berlusconi faceva da parafulmine a tutti.
Ora, tolto il parafulmine Berlusconi, i veri problemi dell'Italia e dell'Europa stanno venendo fuori.
Appare ormai evidente che Silvio fosse un falso problema e che i problemi italiani ed europei siano profondissimi e di difficile soluzione.
Cosa ne penso io di tutto ciò?
Penso, parafrasando un pò Groucho Marx, che non mi iscriverei mai a un club che accettasse un politico come socio.
Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

sabato 14 gennaio 2012

Mi manchi, papà!


"MI MANCHI, PAPA'"

20 aprile 1992 .
Pasquetta amara.
Quel giorno è morto mio padre, Antonio Valeriano.
Ne è passato di tempo, ormai, ma il ricordo è ancora vivo. Bruciante. Proprio come allora.
Se ne è andato all'ora di pranzo.
Poco prima di addormentarsi, mi chiama.
Ricordi… Tornano sempre, anche quando non dovrebbero… Brandelli di passato. Stilettate di dolore, di angoscia.
Sono le undici di una pasquetta amara. Maledetta.
"Mariuccio, ho appena fatto un sogno. Mi sono spaventato un pò", mi dice.
"Vuoi una camomilla?" rispondo.
"No. Stai qui. Ti ricordi quando eri piccolo, e ti raccontavo tutte le sere una storia per farti dormire?"
"Sì" replico.
"Ne vuoi sentire ora una?"
"Ma, papà, sono grande per sentire ancora le favole"
"Allora ti racconterò una storia vera" mi dice.
"Ma le storie vere non finiscono senpre come vorresti tu"
"Non importa, Mariuccio"
L'abbraccio forte.
Non fa in tempo a racontarmi nessuna storie, si addormenta subito. Per l'ultima volta. Per sempre.
Sul suo comodino, un libro di Neruda.
Stava leggendo questa poesia prima che mi chiamasse.
"...Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
che tu risvegli la furia del pallido e del freddo.
Non voglio che vacillino il tuo riso nè i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità di gioia,
non bussare al mio petto, sono assente.
Vivi nella mia assenza come in una casa.
E' una casa sì grande l'assenza
che entrerai in essa attraverso i muri
e appenderai i quadri nell'aria.
E' una casa sì trasparente l'assenza
che senza vita io ti vedrò vivere
e se soffrirete, amori miei, morirò nuovamente...."
Ancora oggi, ogni tanto, mi torna in mente quella faccenda.....
E questa cosa mi accompagna e stranamente non mi fa paura.
Anzi, ogni volta che il sole scende e le ombre si allungano, ripenso a quando mi accorgevo solo di me stesso e non sapevo più guardare negli occhi le persone che amo.
Mi manchi, papà!
Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

mercoledì 11 gennaio 2012

LA MERAVIGLIA DELLE PICCOLE COSE





LA MERAVIGLIA DELLE PICCOLE COSE

Mi congedo da piccole cose.
Proprio come un albero in tempo d’autunno muore nelle sue foglie.
Testaccio.
Dai salesiani.
Don Losappio.
Raccontava di Orazio Coclite e Muzio Scevola.
Mi ricordo ancora l’immagine del libro di storia: Muzio nella tenda di Porsenna che si brucia la mano destra sul fuoco.
E poi la vergine Clelia.
Quella sì.
Che correva, scarmigliata, portando le compagne in salvo.
La vergine Clelia.
Assomigliava a Rita, mia cugina.
E Attilio Regolo, con la sua botte piena di chiodi.
E Furio Camillo: Roma si conquista col ferro, non con l’oro.
Furio Camillo: ora è solo una fermata della metro.
E i Romani? Una banda di fuoriusciti più spietata delle altre.
Sono stati loro a inventare l’asilo politico di massa.
Romolo però non l’ho mai sopportato.
A conti fatti, era uno che aveva ammazzato il fratello.
Esco dall’ufficio.
Passa il 60.
Scendo alla Piramide, entro nella metro.
Penso ad mia nonna Jole.
E’ stata per due mesi in coma irreversibile.
Era a due passi dal cielo, diceva mia madre.
Al Sacro Cuore.
Sempre dai salesiani.
Don Rossi.
Diceva che ci sono tre assassini nei Promessi Sposi.
Gertrude, la più infelice.
Il Griso, il più simpatico, uno che ha imparato l’obbedienza, non la virtù.
E Lodovico, il solo che alla vista dell’uomo “morto da lui”, decide di cambiare vita.
Di espiare.
Che parola antica.
Espiare.
Scomparsa da ogni gergo.
Seppellita.
Alla fine la tristezza è la morte delle cose semplici.
Quelle semplici cose che restano a farti male dentro nel cuore.

Arrivo a Ostia.
Scendo dalla metro.
Mi incammino verso casa.
Passo davanti al Teatro Manfredi.
Saluto Luciano.
Sorpasso Regina Pacis.
Arrivo a Piazza Anco Marzio.
Intorno a me gente.
Single o in coppia.
Coppie! Quasi tutte con incrinature, penso.
O disturbate da quei non detti che entrano di soppiatto, senza che uno se ne accorga, e s’insinuano nel tempo, nell’alto silenzio della vita di tutti i giorni.

La Sapienza.
Università di Roma.
Lipari, professore di diritto privato.
Parlava dell’usucapione.
Una delle cose più interessanti del diritto.
A me non andava giù che potesse esistere una norma come quella.
Se una cosa è mia, è mia, dicevo.
Che qualcun altro possa entrare in possesso di un bene solo per il fatto che l’ha usato per anni è un’assurdità.
Le cose sono di chi le usa, replicava con un certo fervore Rosario Nicolò, preside di allora.
E il fatto che la legge sancisca che la proprietà privata non è un diritto assoluto è un segno di grande civiltà.
Che ci insegnano i romani antichi, anzitutto, ci raccontava il civilista Pietro Rescigno.
La proprietà di chi lascia un bene ad altri si può definire dunque una sorta di prestito temporaneo con diritto di riscatto, sancito dal tempo che passa, aggiungeva Riccardo Orestano, prof di diritto romano.
Ciò che è tuo non è tuo, se non lo possiedi veramente, mi spiegava Remo Franceschelli, giurista esperto in diritto commerciale, nonché professore della mia tesi.
Giugno settantanove.
Due mesi dopo moriva mio nonno. Angelino.
Torno a casa.
Bevo una bottiglia di Brunello di Montalcino.
Perfetto.
Vado a letto.
Cercherò di dormire un po’ stanotte.
Non voglio ammalarmi per colpa di queste riflessioni.
Dico sul serio.
Ciao.
Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

domenica 8 gennaio 2012

Facebook, strumento per sfigati

GLI IDENTIKIT DEI «FACEBOOKMANIACI»

Ecco, secondo gli esperti, l'identikit dei popolo di Internet contagiato dalla Facebookmania.

1) I nostalgici: Si emozionano alla vista delle foto dei compagni di classe delle medie o del liceo. Cercano gli amici del passato per vedere come sono invecchiati, e commentano i bei tempi andati. Una nostalgia per i vecchi tempi che, di fatto, è un rimpianto per i rapporti veri e perduti, per un'infanzia e un'adolescenza ormai lontana e mitizzata.

2) I latin lover virtuali : Dichiaratamente a caccia di nuovi potenziali partner, ma anche di ex piacenti e disponibili. Spesso celano una relazione (se l'hanno) e rimpinzano il proprio profilo e gli album con foto sexy o interessanti, a volte ritoccate. In genere accumulano decine e decine di amici dell'altro sesso, con i quali fanno i misteriosi. Ma alla fine si tratta di persone sole o profondamente infelici con il partner, che ricorrono a cumuli di banalità narcisistiche per rendersi interessanti.

3) I cuori infranti: Prostrati dall'ultima relazione, in corso o finita, sono a caccia degli antichi amori, mitizzano i ricordi. Hanno l'impressione di essersi persi per strada qualcosa di vero. In questo caso l'insoddisfazione e la solitudine vanno a braccetto e si cerca di darsi un'altra chance, grazie alla rete.

4)Gli insoddisfatti: Infelici anche se hanno una famiglia e dei figli, spesso sono donne. Non trovano spazio per il sogno, il romanticismo e quel pizzico di avventura, che finiscono per cercare su Facebook.

5) Quelli della pubblicità: Sono più o meno famosi, politici, campioni dello sport, attori. Ricorrono a Facebook in modo strumentale, per farsi mega-spot gratuiti.

6) Quelli con l'ater ego: Dai 400 burloni che si sono presentati nei panni del calciatore Francesco Totti, ai tanti Giulio Cesare o Maria Antonietta, a quelli che pubblicano foto diverse o ritoccano la descrizione vantando titoli ed esperienze di fantasia. Soli e in cerca di contatti, si mettono una maschera per ottenere attenzioni e credibilità nel mondo virtuale.

venerdì 30 dicembre 2011

10 anni fa moriva la lira




Che strazio: mi debbo recare ad un convegno economico all’Hotel Exedra. Si parlerà della morte della lira, avvenuta dieci anni fa. Cavolo: nessun altro collega voleva andarci e così hanno incastrato me. Esco dall’ufficio. L’Hotel Exedra si trova in quella che una volta erta piazza dell’Esedra -perché sorta ricalcando l’emiciclo delle vaste Terme di Diocleziano, di cui ancora si possono ammirare le rovine poco distanti- e che, dagli anni Cinquanta, prende il nome di Piazza della Repubblica. Ma noi romani non ci siamo mai abituati al cambiamento e, nonostante il tempo trascorso, continuiamo a usare al precedente denominazione. L’albergo di lusso è davanti alla grande Fontana delle Naiadi, sul lato sinistro della piazza. Entro nell’hotel passando davanti a un portiere in cilindro e livrea. La luce dei lampadari di cristallo è riflessa dai marmi pregiati, gli arredi sono sfarzosi. Mi soffermo nella lobby come un cliente qualsiasi, chiedendomi come fare a rintracciare la sala convegni. Sto per chiedere al portiere dove si trova questa sala, quando mi volto e vedo un collega della Presidenza fermo sulla soglia dell’hall. Fra le sue mani, una cartella. Nei suoi occhi, l’oscuro bagliore dell’odio. Diamine, è la vigilia di capodanno e siamo stati precettati ad una riunione di questo genere! Entriamo, la sala è affollata. Ci sediamo in terza fila. Dopo pochi minuti l’oratore, un noto professore universitario, economista di grido, inizia a parlare. Così vengo immediatamente informato che, quando l'euro entra in vigore, il primo gennaio 2002, presidente della Repubblica è Carlo Azeglio Ciampi, a Palazzo Chigi siede Silvio Berlusconi per la seconda volta, e l'Istat certifica un pil in crescita dell'1,8% e un rapporto deficit-pil all'1,4%. Il mondo è ancora sconvolto dall'attacco alle Torri Gemelle. Dopo l'ingresso dell'euro la situazione non cambia con una crescita che malgrado tutti i tentativi resta costantemente sotto il 2%. La crisi globale generata dal crac Lehman Brothers porterà il prodotto interno lordo a calare dell'1,2% e addirittura del 5,1% rispettivamente nel 2008 e nel 2009. Il resto è storia recente, con la crisi del debito sovrano che minaccia la tenuta stessa della moneta unica e da luglio si concentra proprio sulla scarsa crescita dell'Italia. Sembrerebbe andare meglio per quanto riguarda la disoccupazione, che è quasi al 9% (8,9 ad ottobre 2002) pochi mesi dopo l'ingresso della nuova valuta e si porta sotto il 7% negli anni successivi per poi risalire, per colpa della crisi, all'8,5% a dicembre scorso. Sostanzialmente riuscita è invece la corsa al contenimento del deficit, che si fissa al 3,2% nel 2002 (sopra la soglia del 3% prevista da Maastricht ma in compagnia di Francia e Germania) per poi scendere nel corso degli anni, salire nuovamente, ma in misura nettamente meno drammatica rispetto agli altri Paesi europei all'apice della crisi. Drammatica resta invece la crescita del debito pubblico negli ultimi anni, passata dal 108% sul pil nel 2002 al 119% nel 2010 per sfondare la soglia del 120% quest'anno. Stagnante, infine, al pari della crescita italiana appare la dinamica dei salari, sostanzialmente invariati nel corso degli anni: 1.215 euro lo stipendio medio italiano nel 2002, 1.286 nel 2010 con un tasso di inflazione nel frattempo salito intorno al 2% ogni anno: 2,5% nel 2002, sotto il 2% nel 2004 e nel 2006, all'1,3% nel 2009, per poi superare il 3% nel 2007 e superare questo livello a ottobre 2011 (3,4%) e novembre (3,3%). E dire che il primo gennaio 2002 il debutto era stato entusiasmante. Nessun problema tecnico, nessun impazzimento dei bancomat nella notte del changeover, ma solo l' utilizzo dei kit arrivati prima di Natale per far prendere confidenza agli italiani con la nuova moneta. La valuta segnava l'addio a storiche monete, la millenaria lira, il franco, il fiorino e anche il leggendario marco tedesco, sulla cui solidità la nuova moneta fu disegnata, modellata e ancorata alla Bce, la banca centrale europea di nome ma tedesca di fatto, in cambio del sì tedesco alla valuta transnazionale. Undici furono i pionieri tra cui, non senza fatiche e consueto impegnativo rush, anche l'Italia, che per adottare l'euro da subito impose anche una tassa apposita. Assente la Grecia che avrebbe avuto un anno di tempo in più per aggiustare i propri conti pubblici. Oggi sono 17 e, non perché il numero almeno da noi porti sfortuna, l'euro è entrato in crisi profonda, assaltato dagli speculatori, con una banca centrale impegnata a difenderlo senza poter però stampare autonomamente moneta o farsi garante di ultima istanza dei debiti pubblici dei Paesi membri. Dopo due ore il convegno finisce. Usciamo. Istintivamente, protengo una mano verso l’amico, come per salutarlo. Lui si rivolge a me: “E ‘ proprio vero, l’euro ha compiuto dieci anni, ma non è un compleanno felice”. Rispondo: “In effetti, é così”. E lo saluto. Bè che dire ancora: Buon 2012 a tutti! Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

giovedì 8 dicembre 2011

Dlin dlin dlin è Natale, papà!




Il 20 aprile 1992 è morto mio padre, Antonio Valeriano.
Ne è passato di tempo, ormai, ma il ricordo è ancora vivo.
Bruciante.
Proprio come allora.
Da quando papà non c’è più, mi sento ancor più legato a lui.
Perché mi manca.
Probabilmente è il segno di una volontà che ci vuole legati per sempre.
Mi manca il suo umorismo, la sua acuta osservazione degli altri.
Mi manca la sua educazione, la sua cultura che non esibiva mai.
Mi mancano i giorni di Natale passati insieme a lui.
Mi mancano le sue parole, i suoi messaggi, le sue battute con i tempi comici perfetti.
Mi manca la sua faccia tonda, aperta e fiduciosa.
Con un accenno di opulenza che lui per altro portava con molta leggerezza.
Mi manca la sua stuzzicante ingenuità sempre pronta a rilevarsi in un sorriso.
Queste sono le cose che ho perduto.
Sì, sono un sentimentale, ma anche a essere troppo schematici è pericoloso.
Vedere tutto in bianco e nero.
Ricordi…
Tornano sempre, anche quando non dovrebbero…
Brandelli di passato.
Stilettate di dolore, di angoscia.
“La vita è solo un sogno.”
Quella frase, le ultime parole di un uomo che credevo invincibile.
Immortale.
Questo é il diciannovesimo Natale che papà non c’è più.
E oggi vorrei tanto telefonargli per dirgli, sottovoce, che gli voglio sempre bene.
Che lo ricordo com’era veramente: un papà speciale.
Unpapà intelligente.
Soprattutto un papà buono.
Buon Natale, papà!
Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

mercoledì 30 novembre 2011

Sara Pulimanti


Oggi Sara Pulimanti, la figlia di mio fratello Stefano, compie 6 anni.
Sara, infatti, è nata il 30 novembre 2005, proprio nel giorno di S. Andrea, festa del Santo patrono di Collevecchio, paese d’origine di noi Pulimanti.
Buon compleanno, Sara.
Certo deve essere dura spegnere tutte quelle candeline…!!!!
Ti Auguro di toccare sempre le Stelle.
Tuo zio Mario ti fa un mare di auguri!!!
AUGURI… TANTI AUGURI.