giovedì 21 gennaio 2016

La maggioranza degli statali non sono fannulloni


La maggioranza degli statali non sono fannulloni.

 

Si stanno sempre più colpendo con tutti gli strumenti propagandistici i lavoratori del pubblico impiego. La campagna comunicativa da tempo messa in atto per colpire gli impiegati pubblici sta aumentando, trasformandosi in un vero bombardamento mediatico. E invece di parlare delle colpe di larga parte della politica, che ci sta portando lentamente a combattere una guerra che di fatto ci ha tolto la sicurezza quotidiana, che di fronte alla questione delle banche sceglie di stare dalla parte dei più forti a danno dei deboli, in questi giorni l’argomento preferito dai media è costituito dai dipendenti pubblici. I lavoratori del pubblico impiego, infatti, sono di nuovo alla ribalta e lo sono occupando nei giornali, nei telegiornali, nei talk show e nei salotti televisivi spazi talmente ampi da instillare nell’opinione pubblica il convincimento che i problemi di cui sta parlando corrispondano ad un fenomeno di vasta scala, di per sé determinante per il futuro del Paese. Deve cessare l’atteggiamento di questo Governo, tutto teso a detronizzare il lavoro pubblico. Sarebbe, invece, ora che il Presidente del Consiglio dei Ministri intervenisse per sanzionare l’assenteismo parlamentare e recedesse, altresì, dal suo abuso costituzionale, visto che in questo momento sta commettendo una infrazione, eludendo una sentenza della Consulta che prevede un serio rinnovo dei contratti pubblici. Ormai, il presunto “fannullonismo” dei dipendenti pubblici costituisce un cavallo di battaglia di Matteo Renzi, alla stregua di quello che recentemente aveva portato in sella l’ex Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta il quale, cavalcando un’onda anomala e producendo un quadro distorto e fuorviante del mondo del lavoro pubblico, si era costruito un alibi pretestuoso per produrre una riforma devastante e priva di ogni logica, che ha mortificato e svilito la professionalità degli operatori del servizio pubblico, con conseguenze nefaste per i lavoratori e per la qualità dei servizi offerti al cittadino. L’attuale Capo del Governo, Matteo Renzi, sta combattendo una battaglia personale e senza precedenti nella storia della Repubblica nei confronti dei lavoratori pubblici e di coloro che li rappresentano. Ritengo che questo atteggiamento miri allo smantellamento della Pubblica Amministrazione, alla compressione dei diritti, al dissesto del sistema pubblico che garantisce i servizi alla collettività: istruzione, legalità, giustizia, welfare, sicurezza e soccorso pubblico, in nome di interessi che intendono dirottare la macchina pubblica verso la strada della privatizzazione, accollando sulla collettività i costi di servizi che oggi vengono garantiti e assicurati gratuitamente e con la competenza di personale specializzato. Certamente episodi come quelli di Sanremo o di Salerno, riguardante alcuni dipendenti che hanno falsificato le loro presenze in ufficio, vengono utilizzati per colpire un’intera popolazione lavorativa. Le pecore nere vanno individuate e punite, però nei salotti televisivi regna il “Dagli all’untore!” nei confronti dei dipendenti pubblici ma nessuno parla di numeri. I dipendenti che per vari motivi sono finiti sotto accusa in tutta la Pubblica Amministrazione, lo abbiamo detto più volte e lo ribadiamo, non sono nemmeno l’un per cento dei lavoratori. E, se i comportamenti scorretti compiuti da pochissime persone diventano notizia da prima pagina offuscando il lavoro svolto quotidianamente dal rimanente novantanove per cento, vuol dire che dare risalto a certe situazioni paradossali, fa parte di un gioco sottile, sotteso ad avallare le scelte filo-governative poco propense al serio rinnovo dei contratti pubblici. Purtroppo è una storia che si ripete! Ogni qualvolta si parla di rinnovi contrattuali, si scatena la pubblicità regresso del pubblico impiego. Giornali, web e televisioni iniziano il bombardamento mediatico sulle cattive abitudini del travet, con l’evidente intento di imprimere nell’immaginario collettivo la figura del dipendente pubblico disonesto e fannullone. Ovviamente si devono condannare, senza alcuna attenuante, tutti quei dipendenti truffaldini che hanno posto in essere comportamenti illegittimi, fraudolenti e disonesti. Ma, allo stesso modo non si deve consentire a nessuno che tali episodi incresciosi e deprecabili diventino lo specchio di una realtà enorme come quella della P.A., dove 3 milioni di persone quotidianamente assicurano i servizi alla collettività, nonostante siano senza contratto da sette anni, nonostante i tagli al salario accessorio, nonostante le norme penalizzanti che, grazie agli ultimi governi, regolano il rapporto di lavoro, nonostante le carenze di organico che le costringono a carichi di lavoro enormi, nonostante l’elevata età media. Eppure, nonostante tutto ciò, la macchina pubblica cammina e va avanti e noi vorremmo solo che, invece di imbastire queste manfrine, il Governo si impegnasse affinché, attraverso la tempestiva riapertura dei tavoli di contrattazione, si possa riavviare un confronto serio e costruttivo con le rappresentanze dei lavoratori, finalizzato al miglioramento del servizio pubblico ed all’innovazione. Tantissimi lavoratori compiono responsabilmente la propria attività divenendo le prime vittime  di questo sistema, in quanto ingiustamente additati come appartenenti di una categoria di pigroni. Inoltre, i dipendenti pubblici italiani sono al 27°posto in Europa  per quanto riguarda  il totale di giorni di ferie/festività pubbliche di cui è possibile usufruire e agli ultimi posti per quanto riguarda l’ammontare degli stipendi! Di fatto, un impiegato pubblico, in media, guadagna circa 1.000/1.200 euro netti al mese e, a differenza dei politici, paga di tasca sua i mezzi pubblici e privati per andare al  lavoro: una spesa che, spesso, può incidere pesantemente sugli stipendi. Meglio, allora, non limitarsi a mettere alla gogna mediatica chiunque, considerando tutti i dipendenti pubblici fannulloni. Bisognerebbe, invece, sanzionare chi non svolge correttamente il proprio lavoro, dall’impiegato pubblico pigro al parlamentare che continua a godere di una serie di privilegi che, oltre ad essere ingiusti a priori, nell’Italia “in crisi” sono decisamente anacronistici. Abbiamo bisogno di una politica seria, che abbia veramente a cuore il destino del nostro Paese, che metta giù le mani dalla Pubblica Amministrazione.

 

Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

venerdì 8 gennaio 2016

Pagano i correntisti se fallisce la banca


 

Pagano i correntisti se fallisce la banca

 

Come tutte le aziende, anche le banche possono fallire per varie ragioni possibili come la cattiva gestione o la bancarotta fraudolenta.

O per altri motivi.

Nessuna banca infatti riesce, per esempio, a reggere ad un prelievo di contante superiore a una certa soglia.

Questa soglia si chiama riserva di liquidità ed è la quota di depositi che ogni banca conserva in forma liquida per far fronte alle normali domande di ritiro dei risparmiatori.

Se però troppi correntisti ritirano i propri risparmi in contemporanea, la riserva di liquidità salta e la banca diventa insolvente.

Ed ora, con la nuova disciplina sulle crisi bancarie, a pagare i rischi  non saranno più gli Stati e la fiscalità generale con gli strumenti classici come gli aiuti finanziari e ricapitalizzazioni, ma anche i correntisti, cioè quelli che depositano denaro presso gli sportelli pensando di metterlo al sicuro da rapine e furti i quali.

Infatti ai correntisti, in caso di fallimento della banca, non saranno restituiti del tutto i soldi depositati sul proprio conto.

E’ vero che c’è un fondo di garanzia interbancario che scatta in caso di insolvibilità di un istituto.

Però questo consorzio obbligatorio riconosciuto dalla Banca d’Italia assicura i depositi bancari solo entro il limite di centomila euro per ciascun conto corrente. In sostanza, con questo fondo, il sistema creditizio nel suo insieme corre in soccorso dei correntisti della banca fallita rimborsando i risparmi fino a centomila euro.

Comunque il nostro sistema bancario non è da considerarsi ad altissimo rischio.

Difatti gli istituti salvati recentemente per decreto (Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara e CariChieti) rappresentano l'un per cento dell'intero settore.

In altri Paesi europei è successo di peggio, essendo fallite aziende di credito di maggiori dimensioni.

Naturalmente in Italia non mancano altre situazioni di aziende di credito in precario equilibrio, ma nel complesso il sistema tiene.

L'incognita principale è rappresenta dai miliardi di crediti che in questi anni le banche hanno concesso alle imprese ma che, se la ripresa dell'economia tarderà ad arrivare, rischiano di danneggiare i bilanci futuri di alcune aziende di credito.

Va però aggiunto che negli ultimi anni molto banche italiane hanno anche condotto una profonda opera di pulizia sui propri conti azzerando posizioni ormai insostenibili e migliorando notevolmente i propri parametri patrimoniali.

Le migliori sei banche europee sono quelle spagnole (come la BBVA -Banco Bilbao Vizcaya Argentaria- ed il Santander Central Hispano -che include anche Banesto-, che però sono immediatamente seguite da quelle italiane.

 

 Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

giovedì 7 gennaio 2016

L'amore é dinamite


L’amore è dinamite

 

Prendi la storia di quel bravo ragazzo, scapolo, che abbandona il mestiere di falegname per mettersi a battere le strade dicendo alla gente che Dio li ama e che devono amarsi fra loro.

Il giovanotto, in più, dà seguito alle sue parole: ti guarisce i lebbrosi, ti restituisce la vista ai ciechi, resuscita il suo amico Lazzaro, impedisce che una poveretta venga lapidata per essersi fatta scopare da un barbuto diverso dal marito eccetera, chi più ne ha più ne metta.

Miracoli, massime, buone azioni a valanga, ecco il programma di Gesù.

Ebbene, cosa ci ricava alla fine il ragazzo?

A trentatré anni lo arrestano perché nessuno lo regge più, gli improvvisano un processo farsa e lo inchiodano su due tavole.

Splendida ricompensa!

E’ chiaro che da allora la vocazione alla gentilezza non va tanto per la maggiore.

Bisogna essere un santo per fare il Gesù, dopo quello che è successo!

Con queste parole voglio dimostrare che l’amore è dinamite.

Che le persone che parlano d’amore passano per terroristi in una società retta dall’interesse e governata dalla paura.

Non viviamo nel mondo delle fate!

 

Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

mercoledì 23 dicembre 2015

AUGURI E LACRIME


Auguri e lacrime 

Mi trovo a Collevecchio.

Davanti al camino, sfoglio un album di fotografie.

Sorrido vedendo le foto dei miei genitori.

Papà, Antonio Valeriano Pulimanti.

20 aprile 1992.

Pasquetta amara.

Quel giorno è morto mio padre, Antonio Valeriano.

Ne è passato di tempo, ormai, ma il ricordo è ancora vivo.

Bruciante.

Proprio come allora.

Se ne è andato all'ora di pranzo.

Poco prima di addormentarsi, mi chiama.

Sono le undici di una pasquetta amara.

Maledetta.

"Mariuccio, ho appena fatto un sogno. Mi sono spaventato un pò", mi dice.

"Vuoi una camomilla?" rispondo.

"No. Stai qui. Ti ricordi quando eri piccolo, e ti raccontavo tutte le sere una storia per farti dormire?"

"Sì" replico.”

Ne vuoi sentire ora una?"

"Ma, papà, sono grande per sentire ancora le favole"

"Allora ti racconterò una storia vera" mi dice.

"Ma le storie vere non finiscono sempre come vorresti tu"

"Non importa, Mariuccio"

L'abbraccio forte.

Non fa in tempo a raccontarmi nessuna storie, si addormenta subito.

Per l'ultima volta.

Per sempre.

Sul suo comodino, un libro di Neruda.

Stava leggendo questa poesia prima che mi chiamasse.

"... Si muero sobreviveme con tanta fuerza pura que despiertes la furia del pàlido y del frìo.  Es una casa tan transparente la ausencia que yo sin vida te veré vivir y si sufres, mi amor, me moriré otra vez  (.. Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura che tu risvegli la furia del pallido e del freddo. E' una casa sì trasparente l'assenza che senza vita io ti vedrò vivere e se soffri, amor mio, morirò nuovamente....)".

Ancora oggi, ogni tanto, mi torna in mente quella faccenda.....

E questa cosa mi accompagna e stranamente non mi fa paura.

Da quando papà non c’è più, mi sento ancor più legato a lui.

Perché mi manca.

Probabilmente è il segno di una volontà che ci vuole legati per sempre.

Mi manca il suo umorismo, la sua acuta osservazione degli altri.

Mi manca la sua educazione, la sua cultura che non esibiva mai.

Mi mancano i giorni di Natale passati insieme a lui.

Mi mancano le sue parole, i suoi messaggi, le sue battute con i tempi comici perfetti.

Mi manca la sua faccia tonda, aperta e fiduciosa.

Con un accenno di opulenza che lui per altro portava con molta leggerezza.

Mi manca la sua stuzzicante ingenuità sempre pronta a rilevarsi in un sorriso.

 “La vita è solo un sogno.”

Quella frase, le ultime parole di un uomo che credevo invincibile.

Immortale.

Mi manchi, papà.

Mamma, Ernesta Aloisi.

 

29 luglio 2012.

 

Ricordo il dottore dell’ospedale San Camillo, col viso di falco, dirmi “sua madre è deceduta!”.

  

Era stata operata per la rottura del femore.

 

Un intervento perfetto.

 

La  fase post operatoria sembrava procedere regolarmente.

 

Ma attorno alle sei di pomeriggio del giorno dopo, domenica 29 luglio, il suo cuore smetteva di battere.

 

Non si sa da dove sia partita l’embolia.

 

Mamma.

 

Mi ha sempre difeso come una leonessa difende i suoi cuccioli, anche a costo di subire biasimi e critiche.

 

Accendo la radio.

 

 “…poi mi viene in mente, se mi metto lì a pensare, il bacio di una madre come solo lei sa dare…”.

 

Diamine, non potevano scegliere un altro momento per trasmettere “Come Gioielli” di Eros Ramazzotti!

 

Mamma.

 

Lei, che mi ha guarito i graffi e le ferite con una carezza magica.

 

Lei,  un posto caldo dove ho trovato sempre un abbraccio.

 

Lei, con quell’odore di buono che mi faceva tornare bambino.

 

Lei,  che mi lasciava andare anche se avrebbe voluto tenermi stretto a sé.

 

Lei, una canzone nella notte.

 

Lei, una ninna nanna speciale.

 

Lei, uno sguardo che non aveva bisogno di parole.

 

Lei, quella che sapeva, sempre, cosa era la cosa migliore per me.

 

Lei, quella mano che mi ha tenuto mentre traballando imparavo a camminare.

 

Lei, il bum bum del cuore che sentivo appoggiando la testa sul suo petto.

 

Lei,  mamma, una parola: la prima che ho detto.

 

Lei, mamma, un sorriso: il primo che ho visto.

 

Lei, mamma, una voce: la prima che ho udito.

 

Lei, mamma, un sapore: il primo che ho assaggiato.

 

Lei, mamma, una culla: la prima che ho avuto.

 

Lei, mamma, che soffrendo mi ha fatto nascere.

 

Lei, che mi ha parlato nel cuore della notte. Quando tutto il mondo era addormentato. E nessuno, tranne me, udiva le sue parole. E, tenendomi fra le braccia, mi avvolgeva di un amore che aveva una forza inaudita.

 

In questa foto avevo sei anni.  “Vieni!” sembra dirmi, prendendomi la mano per condurmi a casa. 

 

Mi manchi, mamma.

Queste sono le cose che ho perduto.

Ricordi…

Tornano sempre, anche quando non dovrebbero…

Brandelli di passato.

Stilettate di dolore, di angoscia.

Questo é il ventitreesimo Natale che papà non c’è più.

Questo é il quarto Natale senza mamma.

Ora vorrei tanto telefonare per dire, sottovoce, che li voglio sempre bene.

Che li ricordo com’erano veramente: due genitori speciali..

Intelligenti.

Soprattutto, buoni.

Buon Natale, papà!

Buon Natale, mamma!

Quando mi addormento in poltrona, mentre nel camino il fuoco si spegne lentamente, sulle pagine lucide dell’album spiccano ancora le tracce delle mie lacrime

venerdì 4 dicembre 2015

Vado a vivere in Lapponia


Vado a vivere in Lapponia

 

Il gruzzoletto in banca nel caso di vacche magre. Così mi ha insegnato papà Valeriano.

E poi all’improvviso il gruzzolo è sparito e  sono rimasto a secco.

No, non ho una scelta più retributiva di lavoro messa via nel cassetto dei calzini. No, affatto.

Sì, la cosa può anche essere raccontata diversamente agli altri e a me stesso ma, a torta finita, il desiderio di maggior guadagno resta solo una chimera appollaiata in un retrobottega del mio cervello.

Il nocciolo è che di soldi, anzi di euro, ce ne sono pochi in circolazione e, almeno per quanto mi riguarda, ci sono troppe occasioni per non esserci più.

Sarò di una perspicacia rara, ma non mi riferisco a divertimenti e vacanze ai Caraibi, per esempio Barbados o altro.

Gli euro devono coprire tasse e balzelli vari.

Che barba.

Non mi lascio intrappolare. Al diavolo pure le nuove tasse.

Alcuni colleghi dicono: “non vedi, Mario, che i nostri governanti si mostrano dispiaciuti. Del resto con questi nuovi contributi spariranno anche i debiti accumulati dai loro predecessori”.

Rispondo: nix. Nessuna giustificazione. A sparire  non sono solo debiti statali pregressi, più o meno fantomatici, ma soprattutto il mio stipendio.

Forse il punto è questo: mi serve un’idea.

Dicono che uno tiene delle robe di riserva in un angolo della testa, come una specie di fondo di emergenza.

Sì, esatto. E allora questa volta sono stradeciso: vado a vivere in Lapponia.

Voglio dire, non è così orribile.

Insomma, almeno risparmierò sull’aria condizionata!

 

Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

giovedì 3 dicembre 2015

Papà, l’ultimo dio


Papà, l’ultimo dio

(Antonio Valeriano Pulimanti, poeta di Collevecchio)

 

Mi trovo a Collevecchio.

Sto dicendo ad Alessandro che non ho i soldi per comprargli una macchina nuova.

Dovrà accontentarsi di un usato…garantito.

Mi  guarda con l’affetto di un serial killer psicopatico.

Poi esce.

Rimasto solo, mi siedo davanti al camino.

Sfoglio un album di fotografie.

Sorrido vedendo le foto di papà.

Il mio ultimo dio.

Antonio Valeriano Pulimanti.

Da quanto è morto?

Da ventitré anni.

Ne è passato di tempo, ormai, ma il ricordo è ancora vivo.

Bruciante.

Proprio come allora.

Da quando papà non c’è più, mi sento ancor più legato a lui.

Perché mi manca.

Mi manca il suo umorismo, la sua acuta osservazione degli altri.

Mi manca la sua educazione, la sua cultura che non esibiva mai.

Amava scrivere poesie.

Ricordo alcune strofe dedicate a Collevecchio: “….amato mio colle natio! Antico, non vecchio. Amore stilli, con la rugiada. Il tempo non può invecchiare ciò ch’eterno, e tu lo sei!”, e altre rime dedicate all’amore: “…Na lagrima pur’io l’ho fatta score. ‘Na lagrima d’amore. Quella e basta! ‘Na lagrima ch’è l’unica arimasta. ‘Na  lagrima pe’ un sogno che nun mòre…”.

Mi mancano le sue parole, i suoi messaggi, le sue battute con i tempi comici perfetti.

Diceva che bisogna stare dietro i cannoni, davanti ai cavalli e lontano dai superiori

Mi manca la sua faccia tonda, aperta e fiduciosa.

Con un accenno di opulenza che lui per altro portava con molta leggerezza.

Mi manca la sua stuzzicante ingenuità sempre pronta a rilevarsi in un sorriso.

Ricordi...

Tornano sempre, anche quando non dovrebbero…

Brandelli di passato.

Stilettate di dolore, di angoscia.

Ha sempre amato la mamma con tutto se stesso, di quell’amore incrollabile, un amore d’altri tempi fatto di doveri, di stima, di rispetto, di una passione rassicurante che si consumava solo di notte, nel buio della loro camera da letto e della gioia di ritrovarsela accanto ogni mattina.

Ripenso agli ultimi giorni, agli sprazzi di lucidità sempre più rari, al suo sguardo offuscato dalle nebbie della morfina, all’ultima frase che mi ha sussurrato prima di entrare nel territorio inarrivabile del coma: “Chiamami papone, col vecchio vezzeggiativo, che ti è familiare. Parlami nello stesso modo che hai sempre usato. Non cambiare il tono di voce. Va tutto bene, Mariuccio. Non smettere mai di correre. Promettimelo”.

Al funerale sono crollato.

L’impalcatura di formalismo dietro cui mi ero corazzato si era sbriciolata all’improvviso, lasciandomi singhiozzante e smarrito come un bambino abbandonato.

Una figura penosa per me abituato fin da ragazzo a mantenere, sempre comunque, un contegno decoroso.

Papà muore il giorno di Pasquetta del 1992, per una brutta malattia della quale noi siamo venuti a conoscenza da soli tre mesi, ma che lui non sa di avere.

Forse lo sospetta!

E’ il 20 aprile.

Solo otto giorni prima ha compiuto 66 anni, il suo ultimo compleanno!

Nel 2004 Ernesta, rovistando tra gli oggetti del marito, troverà del tutto casualmente una poesia che Antonio Valeriano aveva probabilmente scritto negli ultimi mesi della sua vita e della quale non sospettavamo l’esistenza.

S’intitola: “Er sogno”.

Questa sua ultima poesia è ambientata nella casa del nonno materno, Primo Merlini.

Nonno Primo era allora proprietario dell’osteria locale, che in seguito sarà gestita dal figlio Duilio, fratello di mamma Leonella.

Del resto, come ha anche detto il Papa: “non si tagliano le radici dalle quali si è nati” ed Antonio Valeriano l’ha dimostrato perché, anche se abitava a Roma dall’età di dieci anni, non ha mai dimenticato, nemmeno negli ultimi attimi di vita, le sue “radici collevecchiane”.


ER SOGNO

L'antra notte, quanno dormivate,

c’era silenzio solo nella casa,

m’appare 'na faccia rossa de cerasa,

ch'arisvejava in me cose passate.


Vino sabino, Brighella colla fresa,

file de vite, amici e carognate,

lontano, fra li soni de la Chiesa,

arberi, frutta, sole, scampagnate.

'Na rondine fa er nido su li tetti,

ner cielo quarche nuvola ormai rada,

sur prato fra le gocce de ruggiada

'na gatta partorisce li micetti.


Io, regazzino, a Nonno stò vicino

de là ce stà puro zì Navina

seduto accanto un cane che stà chino

io scappo an tratto sporco de farina.


"Nonno!" Strillai arzannome de botto,

apersi l'occhi e nun vedetti gnente

quer viso co' la bocca soridente

nun c'era si guardavi sopra e sotto.


Un desiderio d'abbracciallo forte,

solo silenzio e buio nella mente,

l'odore de la notte e de la morte

e de quer sogno nun me rimaneva gnente!

 

Oggi vorrei tanto telefonargli per dirgli, sottovoce, che gli voglio sempre bene.

Che lo ricordo com’era veramente: un papà speciale.

Un papà intelligente.

Soprattutto un papà buono.

Quando mi addormento in poltrona, mentre nel camino il fuoco si spegne lentamente, sulle pagine lucide dell’album spiccano ancora le tracce delle mie lacrime.

Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

 

martedì 1 dicembre 2015

Vogliono toglierci pure il presepe!


Vogliono toglierci pure il presepe!

 

Ecco. Siamo, purtroppo, arrivati a questo! Niente presepe e canti natalizi in una scuola elementare della provincia milanese. Lo ha stabilito il preside che ha deciso di opporsi alla proposta di alcuni genitori di festeggiare il Natale a scuola, insegnando ai bambini le canzoni di Natale. Quindi anche i più innocenti simboli del Natale, come Gesù bambino ed il presepe, da sempre i più cari all'infanzia, stanno in questi giorni aprendo un forte problema di convivenza fra religioni e culture nella scuola. Ho anche letto che in varie scuole italiane, mentre si canta in coro, in classe, una canzoncina dello Zecchino d'Oro sul Natale, per gli scolari islamici il nome “Gesù” viene cambiato con “virtù”, per non offendere nessuno. Oppure, sempre per non offendere la sensibilità, si preferisce rinunciare del tutto al Presepe e ai canti di Natale in molte scuole. A questo punto mi indigno. Perché è un fatto grave che noi italiani, che viviamo in una comunità che ha profonde radici cattoliche, siamo obbligati ad assistere inermi e questo storpiamento religioso. A questo punto si può ben parlare di razzismo al contrario. Queste scelte, a mio parere, non appaiono, infatti, motivate da senso di rispetto e tolleranza per le altre religioni (Islam in primis) ma costituiscono, invece, una vera e propria rinuncia alla difesa dei nostri valori cristiani e tradizioni culturali. Le recenti esperienze insegnano che abbiamo, sparsi per l'Italia, educatori vittime della “sindrome di Stoccolma”, che solidarizzano ostentatamente con chi sta sequestrando i Valori cristiani fino a togliere il Crocifisso dai muri e Gesù dal testo di canzoni e preghiere natalizie. Io ritengo che noi cattolici dovremmo uscire dal letargo e dal torpore e cominciare, intanto, a chiedere ai mass media di dare maggiore attenzione al significato cristiano del Natale. Difatti penso che, se restiamo in silenzio di fronte a queste vicende, si potrebbe con il tempo arrivare ad una violazione della libertà dei bambini, ai quali potrebbe essere scippata del tutto la festa più simbolica dell'infanzia: il Natale, cioè la nascita di Gesù.  Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)